, ,

Valtellina

VALTELLINA – GEOGRAFIA

La Valtellina è una Valle della Regione Lombardia, parallela al crinale Alpino e solcata dal fiume Adda. A sinistra dell’importante corso d’acqua lombardo le Alpi e Prealpi Orobie, sulla riva destra i pendii delle Alpi Retiche le cui vette raggiungono e superano i 4000 m s.l.m. (Massiccio Bernina 4050 m s.l.m.).
Oltre alla particolare dislocazione orizzontale, la Valtellina ospita due differenti spartiacque:
In Valchiavenna, la Val di Lei con il corso d’acqua Reno di Lei, affluente del più famoso Reno tedesco e, nell’Alta Valtellina, la conca di Livigno, “idrologicamente” appartenente al bacino del fiume Inn, che sfocerà nel Danubio e di conseguenza nel Mar Nero. Danubio e Reno furono i confini (naturali) settentrionali dell’antica e moderna civiltà di Roma e il suo impero.

Percorrendo i quasi 100 chilometri di lunghezza della Valtellina, si possono incrociare rinomate vallate laterali, come Val Masino, Val Gerola, Valmalenco che intersecano, quasi perpendicolarmente, la Valtellina.

Morbegno, Livigno, Sondrio, Tirano sono, oggi, i centri abitati più conosciuti, senza dimenticare Bormio, stazione termale già apprezzata in epoca romana e citata da Plinio e Marziale che ci parlano, inoltre, di una valle abitata da Etruschi e Liguri. Sembra che siano stati proprio i Liguri a portare, per primi, la viticoltura in Valtellina. Come per la maggior parte d’Europa, anche la valle conobbe il dominio e la cultura romana per, poi, passare sotto il controllo Longobardo una volta caduto l’impero nel 476 d.C.

VALTELLINA – STORIA

L’aggettivazione di Teglio è, oggi come allora, “tellino/a”; da qui deriva il nome di ValTellina, citata anche da Carlo Magno in un documento del 775: “… qui dicitur Longobardia vel Vallis Tellina”.
Con la caduta del Impero Carolingio, la Vallis Tellina venne “traghettata” verso l’epoca rinascimentale dai Vescovi di Como. Dal 1512 al 1797 la Valtellina fu “svizzera”, o, meglio, occupata dalla Lega dei Grigioni (dal 1803 appartenenti alla Confederazione Svizzera) e dal protestantesimo che essi, inevitabilmente, portarono.

Da Poschiavo e attraverso la Valle giunsero in Italia le pubblicazioni eretiche luterane e calviniste, mentre in Valtellina trovarono rifugio molti italiani in disaccordo con la Chiesa di Roma e, quindi, considerati come eretici. La Valtellina divenne il “punto di contatto” tra la cultura e la religione romana con l’universo germanico e protestante.
Inevitabili furono, come nel resto d’Italia, le guerre di religione con i protestanti che ebbero, almeno all’inizio, la meglio.
La Valtellina di allora era considerata un punto strategico per gli Asburgo; era il collegamento tra la casata reale spagnola e quella austriaca, evitando i territori dell’ormai potente Serenissima.

La Valtellina era considerata, da Carlo V, strategica e di enorme importanza, tanto che richiese (ed ottenne) ai grigioni il libero transito commerciale in Valtellina. L’influenza del regno spagnolo accentuò gli scontri religiosi che videro i Protestanti alleati con la Lega dei Grigioni in forte contrasto con i Cristiano Cattolici favoriti da Spagnoli e Carlo Borromeo.
L’apice venne raggiunto nel 1620 con il “Sacro Macello”. Un gruppo di cattolici uccise circa 600 persone, appartenenti ad una diversa confessione, nei territori attorno a Teglio.
I turbolenti secoli del ‘500 e del ‘600, però, dimostrano una sorta di “centralità” dei territori tellini nello scacchiere europeo.

Palazzo Besta (edificato tra il 1430 e il 1450) contiene affreschi eseguiti tra il 1540 il 1630 che raffigurano episodi dell’Eneide, alcune rappresentazioni delle Metamorfosi di Ovidio e infine, alcune immagini dell’Orlando Furioso di Ariosto la cui pubblicazione avvenne nel 1516 a Ferrara.

A fine del ‘500, in valle, giunse il grano saraceno, probabilmente importato da alcune schiave turche (da qui l’origine del nome).
Il grano saraceno, privo di glutine e adatto anche a diabetici e a chi soffre di colesterolo alto, in realtà, è un falso cereale o uno pseudo cereale, è una pianta che appartiene alla famiglia delle poligonacee a differenza del “normale” grano, appartenente alla famiglia delle graminacee.

Solo nell’800, con Napoleone Bonaparte, la Valtellina cessò di far parte dei territori gestiti dalla Lega dei Grigioni.
Alla caduta di Napoleone, la Valtellina partecipò attivamente al congresso di Vienna (1815), inviando in Austria due delegati per discutere, alla pari con le altre super-Potenze europee, la non annessione alla Confederazione Svizzera (I Grigioni aderiscono alla Confederazione Svizzera dal 1803). Le richieste furono esaudite, legando la Valtellina alla Lombardia e di conseguenza all’impero austriaco. Almeno fino alla seconda guerra d’Indipendenza italiana (1859) dove, finalmente, Lombardia e Valtellina furono cedute al nascente Regno d’Italia.

Oggi è facile pensare o immaginare alla Valtellina come un’area geografica remota, periferica e marginale. Tutti gli episodi e le figure storiche di primissimo livello (Carlo V, Borromeo o Napoleone) fin qui elencate, dimostrano, in realtà, l’importanza, la centralità di una valle fin troppo “sottovalutata”.

Anche il campo vitivinicolo dimostra la grande importanza di questo areale, affascinante e magico, spingendo il “Nebbiolo delle Alpi” e il nome “Valtellina” fino a raggiungere i mercati del nuovo mondo.

VALTELLINA – NEBBIOLO

Si consiglia un’ulteriore approfondimento sul vitigno Nebbiolo nel precedente articolo (click here)

L’origine del nome, raccontano alcuni, sembra derivare dal fatto che gli acini, essendo molto ricchi di pruina, sembrano avvolti dalla nebbia. Altri, invece, fanno provenire il nome dalla sua tardiva maturazione che richiede una vendemmia nel periodo autunnale, quando la nebbia avvolge vigne e viticoltori durante la raccolta delle uve.
Il Nebbiolo è la prima varietà d’uva a germogliare e tra le ultime ad essere vendemmiata; e in Valtellina la raccolta delle uve è tra le ultime in Italia:
Germogliamento: precoce (10-15 aprile)
Fioritura: piuttosto precoce (prima metà di giugno).
Invaiatura (colorazione degli acini): media (seconda metà di agosto).
Maturazione dell’uva: tardiva (fine ottobre prima metà di Novembre).
Caduta delle foglie: tardiva (dopo metà novembre).

Lasciar maturare l’uva sulla pianta, in montagna, quando la stagione è fredda, significa che le escursioni termiche sono ancor più accentuate rispetto ai cultivar collinari di altri areali. In questo modo, nella buccia degli acini, si immagazzinano tutte quelle sostanze che forniscono al vino i particolari profumi e gli eleganti e fini tannini che permettono alla bevanda di avere una lunga vita. D’altro canto, però, la durata del periodo vegetativo del nebbiolo espone la pianta a rischi e pericoli come le temibili gelate primaverili e gli attacchi di funghi e parassiti.
Il Nebbiolo possiede un’elevata vigoria fogliare che richiede frequenti diradamenti delle foglie.

In ogni pianta, le prime 2-3 gemme basali dei capi a frutto hanno una fertilità limitata, quasi nulla. Vengono, quindi, lasciati capi a frutto lunghi, mantenendo una produzione di grappoli adeguata alla richiesta di vino del mercato odierno e passato.

Per quanto detto, in Valtellina dove lo spazio è prezioso, venne introdotto il tipico “archetto valtellinese” (metodo di coltivazione della vite), riducendo, così, lo spazio tra una pianta di Nebbiolo e l’altra.

In Valtellina gli impianti hanno sempre subito lente e costanti trasformazioni, modificando l’aspetto del versante sud delle Alpi Retiche, variando il numero di ettari vitati e, negli ultimi anni, mutando anche il tipo del metodo di coltivazione, passando dal tradizionale “archetto valtellinese” al più specie di “guyot”, sempre adattato al vitigno Nebbiolo.

Anche l’altezza della pianta è stata ridotta per tentare di fronteggiare i cambiamenti climatici attuali, cercando di favorire una maggiore e più costante trasmissione del calore dal suolo ai frutti.
Gli acini sono piuttosto piccoli, di color blu cupo, impenetrabile, grappoli compatti e sensibili alle variazioni del clima e del suolo in cui la pianta è coltivata.

La varietà di Nebbiolo, presente in Valtellina è la 

Chiavennasca che, in provincia di Sondrio, caratterizza il sorso di vino di buona acidità e un buon tannino, probabilmente il Nebbiolo che più esprime equilibrio tra morbidezze e durezze.

Quanti “Nebbioli” esistono? Scoprilo Qui! 😉

LA VALLE

La dimostrazione del fatto che il Nebbiolo NON si adatta ad ogni luogo e terreno è data da un semplice numero: 5327. La superficie vitata a Nebbiolo nel mondo. 4700 ettari in Italia, di cui 1500 nella sola Valtellina, a cui è necessario aggiungere i 627 sparsi nel resto del mondo.
La Valtellina è isolata dai venti gelidi del nord e dai caldi del sud grazie all’altezza delle montagne in cui è immersa, a nord le Alpi Retiche, a sud le Orobie. Una discreta ventilazione è, però, garantita da un vento tiepido, proveniente dal lago di Como, chiamato Breva che soffia sui vigneti valtellinesi dalla tarda primavera e per tutta la stagione estiva.
Oggi come ieri, in Valtellina, esiste una netta, profonda distinzione tra i vigneti del fondovalle e i vigneti posti sul versante retico. “Oppolo” è chiamato il vigneto posto nella “pianura” valtellinese in prossimità del fiume Adda; coltivazioni a “Costiera” sono denominati gli impianti posti sul versante sud delle Alpi Retiche.
I vini provenienti dalle zone pianeggianti sono destinati al consumo familiare, mentre la diffusione commerciale è limitata ai prodotti delle vigne in quota.
La viticoltura in Valtellina è definita Eroica per via delle forti pendenze del terreno e della quota raggiunta dagli impianti vitivinicoli che sfiorano i 900 m s.l.m.

Tradizionalmente, come in tutto il nord d’Italia, i filari sono disposti con orientamento nord-sud, seguendo, quindi, la pendenza del terreno. L’impianto così costituito è definito “a ritocchino”.
Nel 1984, Domenico Triacca introdusse il primo vigneto, sito a Teglio (Valgella), con una soluzione rivoluzionaria e, per questo, contestata dai colleghi “tradizionalisti”: il vigneto a “girapoggio” dove i filari sono disposti sulla direttiva est-ovest, seguendo il profilo della montagna.

VALTELLINA – I VINI

I 40 km (circa) di terrazzamenti vitati, rendono la Valtellina l’area più vasta d’Italia percorsa da circa 2500 km (Milano – Reggio Calabria andata e ritorno) di muretti a secco, patrimonio dell’umanità UNESCO (dal Novembre 2018). Le aree vitate della Valtellina corrono lungo il fiume Adda.
Una volta eseguiti i terrazzamenti, manualmente e grazie alla struttura dei muretti a secco, veniva trasportata la terra dal fondovalle al terrazzamento usando delle gerle in vimini. L’uva che rappresenta la Valtellina è certamente il Nebbiolo, ma sono presenti anche altre varietà come la Rossola, la Pignola Valtellinese e la Brugnola che, rispettivamente, regalano ai vini derivati da esse acidità, colore e produzione elevata.
Sono circa 1500 gli ettari vitati in Valtellina, i quali producono poco meno di 50.000 ettolitri di vino, 47.000 per essere precisi.
I terrazzamenti sono, localmente, chiamati “terragne” o “inferni” e, in estate, si raggiungono temperature molto elevate. Nelle aree vitivinicole, poste sulla destra del fiume Adda (vedi figura sotto), nascono i vini della Valtellina Superiore DOCG, appartenenti alle sottozone di Maroggia, Sassella, Grumello, Inferno e Valgella.
I migliori grappoli di Nebbiolo, appassiti in fruttai ventilati per circa 3 mesi, sono usati per creare lo “Sforzato” o “Sfursat”, seguendo il disciplinare della seconda e ultima DOCG Valtellinese il “Valtellina Sforzato DOCG”.

VALTELLINA – LE SOTTOZONE

Il Viaggio tra i Cru Valtellinesi parte da Morbegno, direzione Sondrio.

La prima sottozona che si incontra è Maroggia, la più “giovane” sottozona (2002) posta attorno al comune di Berbenno.
25 ettari di vigneto che generano vini freschi e aromatici, corposi, ma amabili.
Oltrepassato l’areale di Maroggia, ci si immerge nella seconda e famosa sottozona di “Sassella” il cui nome deriva dal Santuario Mariano della Sassella posto su una rupe, sasso. 116 ettari, soleggiati e quasi inaccessibili situati tra il paese di Castione Andevenno e Sondrio. Qui si trovano vini equilibrati ed eleganti.

Dopo aver lasciato Sondrio alle nostre spalle, si incontra il “cru” di Grumello con i suoi 74 ettari che circondano il castello di Grumello, fortezza del XIII secolo. Morbidezza e longevità sono, indubbiamente le caratteristiche principali dei vini di Grumello.
Adiacente alla precedente sottozona, si trova il “cru” chiamato Inferno, 55 ettari di vigne, poste negli anfratti rocciosi delle Alpi Retiche tra i comuni di Poggiridenti e Tresivio. Il nome deriva, appunto, dalle altissime temperature registrate nel periodo estivo che permettono ai vini di ottenere una gran struttura ed un’evidente trama tannica, forse i vini più austeri di tutta la Valtellina.
I vini di tutte queste prime sottozone si abbinano con carni rosse, selvaggina, salumi e formaggi stagionati.

L’ultimo “cru” è chiamato Valgella, 137 ettari, è il più vasto, attorno a Teglio e Chiuro. Il nome deriva da un ruscello (Valgel in dialetto locale) di montagna che scende verso l’Adda.
Il vino, solitamente vellutato, leggermente tannico ed armonico, veniva destinato al mercato svizzero. Si abbina egregiamente con pizzoccheri, carne, bresaola, formaggi saporiti e violino di capra.
Le viti che ci regalano un vino di alta qualità, sono poste tra ad un’altitudine compresa tra i 200 e gli 800 m s.l.m.(circa), ma quei terreni e vigneti che i nostri “cugini” francesi definiscono come “Grand Cru” sono, nella maggior parte dei casi, situati tra i 400 e i 650 m s.l.m. (approssimativamente). Sempre per utilizzare i vocaboli francesi, l’unico esempio di “Clos” in Valtellina è presente a 450 m s.l.m., nel comune di San’Anna, nella sottozona di Sassella dove il singolo vigneto, di proprietà della cantina Mamete Prevostini, è circondato e protetto dalle mura del Convento San Lorenzo.

VALTELLINA – Lo SFORZATO

Il primo a parlare di Sforzato fu Ortensio Lando (ca 1510 – ca 1558): cito dal bel libro di Casimiro Maule (Valtellina: la vite, il vino e il paesaggio): “bevei di un vino detto il vino delle sgonfiate [uve appassite], credo fermamente ch’egli sia il miglior, che al mondo si beva“.

Quel vino era talmente potente, “di potentia uguale a Iddio“, che s’era veduto più volte “l’infermo abbandonato da medici, et per morto da cari parenti pianto, et solo col vino delle sgonfiate essersi risanato“.
Si ottiene dai migliori grappoli di uve Nebbiolo che, subito dopo la vendemmia, vengono posti ad appassire per circa tre mesi su graticci in locali asciutti e ben ventilati detti “fruttai“.
Dopo l’appassimento l’uva ha perso il 40% del proprio peso, ha concentrato i succhi, ha sviluppato particolari fragranze aromatiche ed è pronta per la pigiatura.
Seguono almeno 20 mesi di invecchiamento ed affinamento in legno e bottiglia.
La produzione annua è attualmente di circa 300.000 bottiglie.
E’ cugino dell’Amarone della Valpolicella, simile ad esso per tipologia e lavorazione, diverso per i vitigni utilizzati: in Valtellina il solo Nebbiolo, in Valpolicella Corvina, Corvinone e Rondinella
Alcune regole del Disciplinare Sforzato DOCG, nato nel 2003:
– I nuovi impianti e i reimpianti devono presentare una densità di almeno 4 000 ceppi/ha.
– È vietata ogni pratica di forzatura, ma consentita l’irrigazione di soccorso
– Le operazioni di appassimento, vinificazione e di invecchiamento possono essere effettuate nell’intero territorio dei comuni compresi nella zona di produzione.
– L’appassimento dell’uva deve protrarsi almeno fino al 10 dicembre dell’anno di vendemmia
– Deve essere sottoposto ad invecchiamento di almeno 20 mesi, di cui almeno 12 in botti di legno a partire dal 1º aprile successivo alla vendemmia.