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Il Nebbiolo dalla A alla Z

“Il Nebbiolo è un vitigno autoctono a bacca nera del Piemonte (Italia), considerato di pregio e adatto per lo sviluppo di vini da invecchiamento di alta qualità (D.O.C. e D.O.C.G.)”.
Vero, ma scopriamo qualcosa in più…..
L’origine del nome dell’uva “Nebbiolo“, raccontano alcuni, sembra derivare dal fatto che gli acini, essendo molto ricchi di pruina, sembrano avvolti dalla nebbia. Altri, invece, fanno provenire il nome dalla sua tardiva maturazione che richiede una vendemmia nel periodo autunnale, quando la nebbia avvolge vigne e viticoltori durante la raccolta delle uve.
Il Nebbiolo è uno dei più grandi vitigni a livello mondiale, grazie alla sua capacità di trasmettere, nel calice di vino che si andrà a degustare, il terroir in cui è stato coltivato e, successivamente, vinificato.
Il vitigno si è adattato, perfettamente, in pochissime aree geografiche (le più importanti: Valtellina, Alto Piemonte e Langhe), anche se molti sono stati i tentativi di “trasportarlo” in nuovi areali come Australia e Sud-America.
Tutti tentativi falliti. Il vitigno non si adatta così facilmente ed i produttori hanno dovuto rimpiazzarlo, in vigna, con altri vitigni più “semplici e versatili” come, ad esempio, il Merlot e il Cabernet.
La dimostrazione del fatto che il Nebbiolo NON si adatta ad ogni luogo e terreno è data da un semplice numero: 5327: la superficie vitata a Nebbiolo nel mondo.
4700 ettari in Italia (di cui 1500 ca. in Valtellina e 2800 ca. nelle Langhe) a cui è necessario aggiungere i 627 sparsi nel resto del mondo.

Caratteristiche Morfologiche

Il Nebbiolo è la prima varietà d’uva a germogliare e tra le ultime ad essere vendemmiata, in particolare, è possibile riassumere il ciclo della vite nelle seguenti cinque fasi:
Germogliamento: precoce (prima metà del mese di Aprile)
Fioritura: piuttosto precoce (prima metà del mese di Giugno).
Invaiatura (colorazione degli acini): media (seconda metà del mese di Agosto).
Maturazione dell’uva: tardiva (da fine Ottobre alla prima metà del mese di Novembre).
Caduta delle foglie: tardiva (seconda metà del mese di Novembre).

Lasciar maturare l’uva sulla pianta, come in tutte le altre uve da vino, causa una concentrazione, nella buccia di ogni acino, di tutte quelle sostanze che forniscono al vino i particolari profumi e gli eleganti e fini tannini che permettono al vino di avere una lunga vita.

D’altro canto, però, la lunga durata del periodo vegetativo del Nebbiolo espone la pianta a rischi e pericoli (come le temibili gelate primaverili e gli attacchi di funghi e parassiti) che possono limitare la qualità del prodotto finale o, addirittura, vanificare il lavoro di un’intera stagione dei vignaioli.

Il Nebbiolo possiede un’elevata vigoria fogliare che richiede frequenti diradamenti delle foglie.

In ogni pianta, le prime 2-3 gemme basali dei capi a frutto hanno una fertilità limitata, quasi nulla. Vengono, quindi, lasciati capi a frutto lunghi, mantenendo una produzione di grappoli adeguata alla richiesta di vino del mercato odierno e passato.

Il Nebbiolo o i Nebbioli?

“Il genotipo è il corredo genetico di un individuo, cioè l’insieme dei geni (unità funzionali) contenuti nel DNA e custoditi nel nucleo delle cellule. Ogni organismo eredita dai genitori il corredo genetico e possiede una specifica combinazione di geni, che in parte sono alla base della sua unicità.
Il fenotipo, invece, è l’insieme dei caratteri genetici che l’individuo manifesta e che si possono osservare in maniera più o meno evidente. Il risultato è visibile, evidente di quel carattere. Il fenotipo dipende dal genotipo, ma anche dalle interazioni fra geni ed ambiente.”

Parlando di vitigni, i genotipi del Nebbiolo sono soltanto due (e non tre come riportato in altri, numerosi, siti), il Lampia e il Rosè.
Il Michet altro non è che un Lampia intaccato da un virus e “modificato”.
Mentre, altra importante recente scoperta, il Nebbiolo Rosè sarebbe quello che in Valtellina viene chiamato Chiavennaschino (coltivato soprattutto in zona Sassella) caratterizzato da un grappolo più piccolo rispetto alla Chiavennasca.

Per farla semplice, senza perderci nelle teorie e sfumature di biologia e della medicina, possiamo affermare che il Nebbiolo presenta alcune sottovarietà, alcune di esse sono qui riportate:

Picotendro o Picoultener: il nome deriva da un’espressione dialettale che significa “piccolo e tenero”. E’ presente in Val d’Aosta e in piccola percentuale nel Canavese. E’ un Nebbiolo fresco, floreale e poco tannico.

Spanna: l’origine del nome non è certa, tra le tante credenze popolari, da ricordare è quella che indica il metodo (moderno) di coltivazione della pianta di vite, “tenute a spanna”. Le barbatelle, ad una certa distanza l’una dall’altra, venivano affiancate a sostegni artificiali (es. ramo secco) e non maritando la vite ad alberi che fungevano da sostegno. Un’altra, più probabile, origine del nome la si deve alle dimensioni del grappolo, pari ad una “spanna”; oppure anche alla distanza tra due gemme sul singolo tralcio della vite. I vini derivati da questo tipo di Nebbiolo possiedono un colore scarico e aranciato. Freschezza e sapidità sono, solitamente, ben percepite.

Chiavennasca: presente in Valtellina, in provincia di Sondrio. Dotata di buona acidità e un buon tannino, probabilmente il Nebbiolo più equilibrato.

Michet: grappolo compatto che ricorda la pagnotta tipica delle langhe. E’ la varietà di Nebbiolo che “regala” buoni livelli di antociani e tannini, permette al vino che ne deriva lunghissime evoluzioni. Derivato dal Lampia.

Lampia: come il Michet, è presente nelle Langhe (CN). Grappolo più grosso e allungato rispetto al precedente, con qualità enologiche equilibrate e costanti.

Rosè: autoctono delle Langhe, ma presente in Valtellina con il nome di Chiavennaschino. Oggi abbandonato a causa della sua scarsissima resa enologica.

Bolla: prende il nome da “Sebastiano Bolla”, agricoltore di La Morra che, intorno agli anni ’60, notò e, successivamente, selezionò questa sottovarietà molto produttiva in un piccolo vigneto a Santa Maria di La Morra. La spiccata fertilità di questo tipo d’uva la fece subito diffondere tra i vari produttori di Langa che però, nell’arco di pochi anni, notarono una diminuzione della qualità del prodotto finale. Questa sottovarietà di Nebbiolo è stata, quindi, esclusa dai disciplinari di produzione piemontesi.

Luras: presente in Sardegna.

Il “Cammino” del Nebbiolo

Studiando la storia del Nord Italia e “adattandola” al mondo del vino e del Nebbiolo, si è sempre pensato che Il Nebbiolo fosse autoctono delle Langhe, giunto in Valtellina, passando per l’Alto Piemonte.
Ricerche del CNR e dell’Università di Torino, pubblicate nel 2006 (“Relazioni Genetiche del Vitigno Nebbiolo” – Dr. Anna Schneider, Dr. Paolo Boccacci e Dr. Roberto Botta) ci impongono di rileggere, sotto un altro punto di vista la storia del Nebbiolo.
La Freisa è sospettata di essere la“madre” del Nebbiolo. Il padre, invece, potrebbe essere uno dei tanti vitigni autoctoni valtellinesi come la Rossola, la Pignola Valtellinese e la Brugnola, purtroppo in via di estinzione. Ecco che, quindi, il Nebbiolo sembra partito dalla Valtellina, nel suo percorso attraverso i secoli, ha sostato in Alto Piemonte ed, infine, si è posizionato sulle pendici delle colline delle Langhe Piemontesi.

Zone di coltivazione

È coltivato in particolar abbondanza in Piemonte nelle Langhe e nel Roero in provincia di Cuneo e nell’Alto Piemonte dove possiamo indicare le sottozone del Canavese soprattutto nel comune storico di Carema in provincia di Torino, del Biellese, dell’Alto Vercellese e del Novarese. È presente anche nell’Astigiano seppure in quantità minore.
Al di fuori del Piemonte è ampiamente diffuso nella Bassa Valle d’Aosta, ancor più in Valtellina ove costituisce la base per la produzione dei DOCG Valtellina Superiore e Sforzato o Sfursat. È presente anche in Franciacorta e a Luras in Sardegna settentrionale, dove è denominato “Nebiolo”. Dai primi anni del XXI secolo viene coltivato anche nei comuni di Angera e Azzate in Provincia di Varese. Dal XVIII secolo fu introdotto da piemontesi anche nella zona di Gubbio in provincia di Perugia.[senza fonte]

Attitudini enologiche

È un vitigno producente uve di altissima qualità, per diversi aspetti, ma soprattutto per la completezza di tutte le caratteristiche, in buon equilibrio tra colore, corpo, acidità, aromi persistenti e volatili, robustezza alcolica. È quindi uva adatta ad essere vinificata in purezza o con minimi apporti, a produrre vini definibili “nobili” di gran corpo e durata, previa adeguata maturazione (affinamento).
Per definizione è un vitigno adatto all’invecchiamento. E’ infatti molto stabile negli aromi, che con la terziarizzazione divengono sempre più complessi ed interessanti, mentre il colore, per il profilo caratteristico degli antociani, tende ad evolvere rapidamente verso il granato.
A maturazione finita i vini di Nebbiolo presentano un profumo con note fruttate e di fiori di viola e fiori secchi, di spezie. Al gusto il tannino è moderato e ben equilibrato. Normalmente viene vinificato in purezza per far risaltare tutte le sue caratteristiche.

Principali Vini ricavati dal Nebbiolo

  • Solo in purezza (100% uve Nebbiolo): Barbaresco, Barolo, Carema, Nebbiolo d’Alba, Langhe Nebbiolo.
  • Anche con aggiunta di altre uve (max 10%): Gattinara, Valtellina superiore, Sforzato di Valtellina, Canavese Nebbiolo, Albugnano, Spanna, Roero, Ghemme, Lessona, Terre Alfieri.
  • Solo con aggiunta di altre uve: Bramaterra, Ghemme, Boca, Fara, Sizzano.